Il Teatro Popolare

In Toscana sono vive ancora oggi numerose forme drammatiche popolari: Maggio drammatico, Sacra rappresentazione della Natività e della strage degli innocenti, Gelindo, Sacra rappresentazione della Passione, Bruscello, Moresca, Zingaresca, Buffonata, Farsa dei mestieri, Testamento di Carnevale, Sega la vecchia. Questa grande varietà di forme espressive è distribuita in diverse zone del territorio lucchese: in Garfagnana, nel Compitese, nella Versilia storica.

Tutti i generi teatrali in questione prevedono costumi di scena, una scenografia essenziale e la figura di un capo compagnia (una sorta di regista). Per le rappresentazioni le compagnie si avvalgono di un copione integralmente scritto.

Gli autori dei testi del teatro popolare sono attivi ancora oggi e nuove produzioni si aggiungono col passare del tempo a quelle tradizionali

Negli ultimi vent’anni, così, le forme drammatiche sono mutate, alcune novità sono state introdotte ed accolte, mentre altre caratteristiche sono scomparse.

Il teatro popolare di tradizione folklorica è infatti una realtà comunicativa tuttora operante, un’entità in costante trasformazione, che accoglie ed esprime, entro i canoni imposti dalla tradizione, nuove tematiche e nuovi moduli metrici, linguistici, stilistici e scenici.

Il teatro è nato dal rito: tratti riconoscibili di quest’ ultimo sono ben conservati nel teatro popolare.

Sotto il profilo dei generi abbiamo un teatro sacro, un teatro comico e un teatro epico, a cui si possono ascrivere alcuni Bruscelli e il Maggio Drammatico.

Il teatro sacro comprende le Sacre Rappresentazioni del Natale e della Pasqua, riduzioni della fonte evangelica.

Sono invece generi comici la Zingaresca, la Buffonata, Il Testamento e Le farse dei mestieri che, sulla traccia del mogliazzo (una forma di “contrasto” teatrale che ha per tema le nozze), ripropongono i riti di eliminazione di inizio d’anno.

Bruscello e Maggio Drammatico sono forme drammatiche legate ai riti di Primavera inoltrata; nel loro sviluppo hanno attinto a diverse fonti extra-folcloriche (letterarie, ma non solo), connesse con i temi del conflitto bene-male, primavera-inverno, vita –morte.

 

La rappresentazione

Il luogo scenico è di norma un prato ombroso o una radura nei castagneti vicini al paese, ma può essere anche una piazza all’interno del paese stesso, una grande aia contadina e anche, in mancanza di un luogo più idoneo, una pista da ballo, pur che sia all’aperto e consenta al pubblico di sistemarsi tutto intorno allo spazio scenico.

Pochi arredi sulla scena, ma sempre indispensabili due tavoli con alcune sedie che vengono sistemati all’interno del circolo per rappresentare le due corti rivali: quella dei cristiani e quella dei perfidi infedeli. Assai spesso compare anche una sorta di piccolo capanno conico, improvvisato con rami fronzuti di castagno, che può voler significare ambienti diversi a seconda delle esigenze del copione: può essere infatti la prigione, oppure la capanna di un pastore, ma anche una caverna o un ricovero selvaggio nel bosco. Raramente si hanno altri arredi, che sono sempre comunque simbolici e provvisori.

Nello spazio scenico gli attori cantori (che in Garfagnana e in Lunigiana vengono detti maggianti e in Emilia maggiarini) arrivano in processione. Ognuno indossa il proprio variopinto costume e prende posto all’interno del corteo processionale secondo rigide regole gerarchiche. Ad aprire la processione è spesso il Paggio per lo più un adolescente (maschio o femmina ai nostri giorni poco importa, ma in passato sempre rigorosamente un fanciullo) che indossa una corta tunica, ha una corona di fiori sul capo e spesso un ramoscello o un mazzo di fiori in mano. A fianco del Paggio procede, sempre suonando un' apposita marcetta, il violinista, accompagnato dagli altri eventuali suonatori di chitarra e di fisarmonica.

Seguono i personaggi della corte cristiana in ordine gerarchico: prima il Re e la Regina, poi i principi e i dignitari, quindi i semplici guerrieri e i personaggi che non fanno parte del mondo eroico come il pastore, l’eremita o il mercante.

Finiti i cristiani, seguono gli infedeli, anch’essi rispettando il medesimo ordine gerarchico. Un solo personaggio, il Buffone, può procedere senza alcuna regola: può passare dal gruppo dei buoni a quello dei malvagi, può uscire dalla processione per far capriole sul prato o salire su di un albero, può permettersi di disturbare gli attori e soprattutto di tormentare il diavolo, quando il copione ne prevede la presenza.

Arrivati sul luogo scenico, i maggianti percorrono lo spazio circolare intorno al quale si è sistemato il pubblico: sono le tonde, tre giri consecutivi all’ esterno dello spazio destinato all’azione drammatica. In questo modo il pubblico viene allontanato e si fissa il confine della scena. Compiute le tonde al passo di una marcia cadenzata e con tutte le spade sguainate, gli attori ripongono le spade nei foderi e si dirigono ai loro posti, cioè sulle sedie sistemate intorno ai due tavoli di cui si è detto: da una parte i cristiani e dall’altra gli infedeli. A questo punto il Paggio si porta al centro della scena e comincia a cantare. La prima stanza è abitualmente una lode alla primavera in genere o al mese di maggio e al risveglio della natura; ne seguono altre dove viene sinteticamente riassunta la vicenda epica che verrà rappresentata.

 

La preparazione dello spettacolo

La preparazione del Maggio richiede un notevole impegno e quasi sempre alcuni mesi di prove. Costituita la compagnia, si procede alla scelta del testo da rappresentare, spesso su proposta del capomaggio.

Il capomaggio è un regista sui generis, quasi sempre un anziano con esperienza da maggiante e comunque una persona che la compagnia giudica esperta e a cui riconosce doti organizzative. Egli non soltanto si occupa della preparazione dello spettacolo come un normale regista, ma è anche una sorta di impresario che decide come e dove lo spettacolo debba essere rappresentato, quali richieste accettare e a quali condizioni.

Talvolta è anche il suggeritore della compagnia (in Garfagnana chiamato “Il Campione”), figura indispensabile senza la quale è inconcepibile cantare un Maggio. Egli è sempre in scena, con il copione in mano segue passo passo ciascun maggiante, suggerisce i versi che dovrà cantare e dà indicazione sugli spostamenti da fare sulla scena.

Scelta l’opera da rappresentare, si passa all’assegnazione dei ruoli, tenendo in considerazione l’età, le capacità espressive, le doti canore. Un tempo i ruoli femminili erano interpretati da attori maschi, oggi non è più così. I ruoli considerati secondari, quelli cioè dei non eroi (eremita, pastore, frate, mercante), sono generalmente affidati a maggianti anziani anche bravissimi nel canto e nella gestualità, che però non reggerebbero, per potenza di voce e per abilità fisica, i faticosi ruoli dei guerrieri continuamente impegnati nelle battaglie.

Ci sono poi altri ruoli, come quelli del diavolo, della belva, del Buffone che vengono sempre impersonati, anno dopo anno, dagli stessi attori, veri specialisti riconosciuti come tali dall’intera compagnia.

 

I costumi

I costumi dei maggianti sono per la maggior parte di foggia guerresca: quasi tutti i personaggi infatti sono impegnati in duelli e in battaglie, compresi i re e talora anche le regine e le principesse. Ciascuna compagnia possiede tutti i costumi necessari per la rappresentazione e sono sempre gli stessi, quale sia l’epoca e l’ambientazione dei fatti rappresentati. Antichi ed ereditati dagli avi, o recenti e preparati dalle madri e dalle mogli sul modello di quelli, sono sempre ricchi di colori, di lustrini, di decorazioni. Si tratta di veri e propri costumi di base folclorica, senza alcun riferimento ad un’epoca storica precisa.

L’abbigliamento tipico maschile del maggiante garfagnino consiste di un manto ampio, talora lungo fino alle caviglie, di un corpetto adorno di nastri variopinti e di lustrini, di un paio di pantaloni (che possono essere lunghi, o arrivare ai polpacci), e di un gonnellino corto che viene indossato sopra i pantaloni. Il corpetto è talora sostituito da una sorta di corazza luccicante e di tessere di latta. I colori dei costumi maschili sono sempre vivacissimi e presso alcune compagnie conservano un certo valore simbolico: l’azzurro, il verde e il bianco sono i colori dei buoni, mentre giallo, nero e rosso connotano i malvagi.

Il costume femminile, quando non si tratta di donne guerriere – in quel caso il loro abito è del tutto uguale a quello degli uomini – è sempre un abito lungo, per lo più in tinta unita e sul modello di un abito da sera di foggia ottocentesca.

Quasi sconosciuto è il trucco, solo quando indispensabile si ricorre a qualche barba finta applicata in modo visibilmente posticcio. Quasi mai, invece, si adoperano espedienti per invecchiare o ringiovanire gli attori, anche quando hanno età inconciliabili con quella del personaggio che interpretano.

Re e Regine portano in capo la corona e i simboli della croce e della mezzaluna, a seconda se cristiani o saraceni. I guerrieri cristiani hanno in capo elmi di legno o di latta, dipinti e riccamente adornati di nastri, nappe e piume variopinte. I guerrieri saraceni invece portano quasi sempre una sorta di turbante alla turca. Tutti combattono con corte spade di legno dalla punta tinta di rosso e con piccoli scudi, sempre di legno, a forma di rombo o di cuore.

Mercanti, eremiti, pastori e altri personaggi non nobili e non guerrieri, vestono panni quotidiani, meglio se un po’ antiquati. I bambini invece possono indossare un costume del tutto analogo a quello degli adulti o portare normali abiti quotidiani senza alcun segno che li connoti. L’abbigliamento di angeli e diavoli è ispirato all’iconografia cristiana dei santini e delle pale d’altare.

Singolare invece è il costume del Buffone, che varia da una compagnia all’altra, ma che spesso altro non è che un costume da guerriero reso ridicolo da toppe, rammendi e dall’aggiunta di decorazioni inconsuete e grottesche. Il Buffone – che non ha nel maggio una parte codificata e che è l’unico a potersi esprimere anche senza il canto – ha la funzione di commentare le imprese guerresche degli eroi ridicolizzandole. Ma la sua presenza diventa preziosa se qualche imprevisto rischia di pregiudicare il normale scorrere dello spettacolo: in quel caso il Buffone interviene per distrarre il pubblico con salti, piroette e magari con battute argute e scurrili.